giovedì 31 gennaio 2013

Melomakarona


In preda a nostalgie greche, vi suggerisco molto, ma molto caldamente di provare questi biscotti senza aspettare Natale... perché sì, in Grecia sono natalizi, ma importa?
I Melomakarona non smentiscono la tradizione locale: sono ben frolli, e con tanto di sciroppo, ovviamente al miele. Somigliano ai biscotti da me classificati come i più frolli del mondo, anch'essi orientaleggianti, anche se in quel caso della provenienza non sono informata. Però lo sciroppo serve più che altro per la consistenza del biscotto: non vi si appiccicherà alle mani e non ammollerà nulla. 
La particolarità è nell'aroma: arancia e cannella. Quest'estate (giusto perché sono natalizi) ce ne hanno serviti due a fine pasto su un'isola greca ed è stato un gran piacere. Il coniuge, appena fiutata la malefica spezia (malefica almeno per lui) ha messo subito da parte il biscotto, che ha subito trovato chi lo apprezzasse.

Le dosi sono sufficienti per una cinquantina di biscottini.
Impasto:
  •   250 ml. di olio di semi
  • 75 g. di zucchero;
  • 1/2 cucchiaino di cannella macinata;
  • 1/2 cucchiaino di chiodo di garofano macinato;
  • 1/4 di cucchiaino di bicarbonato;
  • 3/4 di cucchiaino (diciamo uno scarso) di lievito per dolci;
  • Buccia finemente grattugiata di un'arancia;
  • 50 ml. di succo d'arancia spremuto fresco;
  • 20 ml. di brandy, cognac o ouzo;
  • 500 g. di farina 0 (#550, è quella che in Grecia si chiama "per tutti gli usi").
Sciroppo:
  • 80 g. di zucchero;
  • 90 g. di acqua;
  • 1 generoso cucchiaio di miele;
  • una stecca di cannella;
  • buccia di limone
In più: 50 g. di noci tritate.

Conviene avere tutti gli ingredienti pronti all'uso.  Si parte da una miscela di olio e zucchero, a cui aggiungiamo gli aromi, buccia e succo d'arancia e il lievito. Il bicarbonato lo mischiamo nel liquore prima di aggiungerlo all'impasto. Il tutto va mescolato per bene a media velocità. A quel punto iniziamo ad aggiungere la farina, a poco a poco, per la serie spargi e mescola, spargi e mescola.
Si formerà una pasta morbida. Va lavorata un po' con le mani prima di formare i biscotti, prelevando palline della dimensione d'una noce. Se poi avete ancora pazienza, potete "decorarle" premendole contro una forchetta o una grattugia. Io questo piacere lo rinvio sempre ad altra volta, perché ho individuato un mio grande limite: i biscotti mi piace averli pronti, e fatti in casa, ma confezionarli a uno a uno lo trovo noiosissimo ai limiti della tortura. Per esempio, so benissimo che sarebbe il caso di pesarli e qualcuno pure lo fa, ma... niente, è più forte di me.
Finito l'ingrato compito del porzionamento, possiamo cuocere i futuri melomakarona. Forno preriscaldato, 180 gradi e almeno mezz'ora. Dico almeno perché a seconda della dimensione possono richiedere più tempo. In ogni caso devono essere dorati ma ancora chiari, e sodi al tatto. Diventeranno più scuri con il bagno nello sciroppo.
Ah già, lo sciroppo. A quello pensiamo intanto che i biscotti si cuociono, mescolando tutti gli ingredienti, portando a ebollizione e lasciando "sciroppare" per cinque minuti.
In questo sughetto si immergono i biscotti e si lasciano "cuocere" per 2-3 minuti, se necessario rivoltandoli. Appena sgocciolati si dispongono su un piatto e si cospargono di noci tritate, facendo degli strati. Non vi ho detto da dove viene la ricetta, ma non è per cattive intenzioni: è la summa di tutte le informazioni che ho trovato nel mio sito preferito, Oi sintages tes pareas, e dato che queste ricette sono spesso di tradizione familiare si somigliano un po' tutte. A chi vi riconosca la propria, efkharisto poli!!


 

mercoledì 30 gennaio 2013

Injera, finalmente!





 Abbiamo da poco celebrato un grande trionfo: finalmente arriva in tavola il pane etiope autoprodotto!
Non ci speravo proprio più. La cucina etiope in casa mia ha grande successo, le spezie sono relativamente facili da trovare, almeno a Berlino, ma l'Injera, l'inimitabile pane spugnoso che fa da piatto e da posata, restava appunto inimitabile. Dopo una lunga serie di tentativi falliti eravamo arrivati alla conclusione che per quello bisognava andare per forza al ristorante, che non è vicinissimo, e ancora meno vicino appare se fuori siamo a -13.
Bisogna dire che in rete esiste una quantità di ricette per preparare questo pane e le ho provate quasi tutte. La farina di teff, che è indispensabile, viene spesso rimpiazzata da farina di grano o di miglio o di mais o da una miscela di tutte e tre. Risultato: tanto vale risparmiarsi la fatica. O il risultato è una specie di piadina ma non è "quello", o è un pezzo di cartone dalla consistenza granulosa che per giunta si crepa tutto in superficie, oppure è, papale papale, una vera schifezza e basta; una roba amara, per esempio. Stavo per tentare la fuga in direzione Addis Abeba per procurarmi la ricetta in loco, quando è arrivata l'illuminazione, in veste di un paio di semplici considerazioni.
Uno: la riuscita dell'Injera si basa sulla fermentazione, e siamo proprio sicuri che in Etiopia usino il lievito di birra, o addirittura quello per dolci?
Ora, (a proposito di fermentazione): tutti i tentativi malriusciti sono avvenuti prima. Prima, cioè, che l'arrivo del grande Frankenstein nel nostro frigo ci cambiasse la vita.
Due, (a proposito di Frankenstein): a pensarci bene, non ci siamo accorti un sacco di volte che il comportamento in cottura della pastella dei crumpets  ricorda l'injera del ristorante etiope?

Bene, a quel punto la decisione era presa. Bisognava che intervenisse lui: Frankenstein il lievito. Il mitad per cuocere il pane non ce l'abbiamo, come pure altra strumentazione locale, ma la fermentazione naturale sì. Ho trovato conferma in alcune ricette in inglese, tra cui quella del libro Wild Fermentation di Sandor Ellix Katz. La mia ricetta non è quella, che prevede l'aggiunta di farina di grano integrale, ma su di essa si basa. Ed è stato un successone: finalmente un'Injera come il cielo comanda, che pure il Negus Neghesti avrebbe trovato più che discreta. Da questo momento al ristorante ci andremo d'estate, e sarà per pura pigrizia.
Come regola fissa ho capito che:
- la farina dev'essere di teff e non si scappa, pure se costa un accidente, ma tanto, una volta che sappiamo che funziona, non saranno soldi buttati. Il teff è un cereale simile al miglio, tipico degli altipiani etiopici, qui si trova abbastanza facilmente al supermercato bio, in Italia forse un po' meno facilmente; ma credo che un giretto nei negozi specializzati per celiaci potrebbe dare i suoi frutti, perché si tratta di una farina senza glutine. Si può usare anche per altre preparazioni, il teff è ricchissimo in ferro, fa pure bene.
- si inizia il giorno prima e anche su quello non si può transigere;
- si può transigere sul fatto che dovrebbe essere "convertito" in teff anche il lievito madre; avendo tempo e voglia, bastano due o tre rinfreschi, ma se vi tenete quello di grano funziona lo stesso. 
- la cottura da un solo lato, e a vapore (ottenuta utilizzando un coperchio) è fondamentale.
Detto questo il procedimento è di facilità incredibile, a saperlo prima... Andiamo a tazze, all'americana, da cavia ho già fatto io, usando la tazza da té da 250 ml. Otterrete circa 15 fogli di pane (ovviamente più piccoli di quelli del ristorante, usando una padella da crêpes da 22 cm., con queste dosi
  •  5 tazze di acqua tiepida;
  • 2 tazze di lievito madre al 100% d'idratazione;
  • 3 tazze di farina di teff;
  • 1 tazza di farina di grano;
  • 1 cucchiaino di sale;
  • 1 cucchiaino di bicarbonato.
Per portare il lievito madre al 100% d'idratazione, se non usate già il cosiddetto lilì o lievito liquido, ma quello normale, bisogna considerare che è composto da 2/3 di farina e 1/3 di acqua. Prendete una porzione, dividete il peso in 3 e aggiungete acqua corrispondente a 1/3 del peso.  Fatto.
La sera prima, impastate questo lievito con la farina, aggiungendo metà dell'acqua piano piano. Pare che l'injera più si impasti e meglio riesca. Alla fine diluite con il resto dell'acqua, avrete un composto fluido. Lasciate perdere per 24 ore, coperto, ma senza sigillare (la fermentazione può fare saltare il coperchio!) L'indomani mattina potrete comunque mettere l'impasto in frigo e tirarlo fuori 3-4 ore prima di cuocerlo.
Al momento di cuocere il pane, potrà essersi formata dell'acqua sulla superficie dell'impasto. Raccoglietela con un cucchiaio e buttate via, aggiungetene di "nuova" fino ad ottenere di nuovo la consistenza di una pastella da crêpes. Aggiungete il sale - il sapore si deve sentire appena - e il bicarbonato, che potete anche ridurre, serve per favorire la formazione dei buchini - i cosiddetti occhi dell'injera - più che per neutralizzare il sapore leggermente acido, che invece è parte integrante del prodotto finale. Riscaldate la padella e ungetela leggermente, ma davvero leggermente. Versate l'impasto a spirale dall'esterno verso l'interno, muovendo la padella per ricoprirla. Coprite immediatamente con un coperchio, meglio se di vetro così seguite il processo, e lasciate cuocere per 30 secondi. Quando i bordi si asciugano e si staccano, il pane è pronto. Staccatelo e poggiatelo ad asciugare su una griglia. Non sovrapponete i fogli di injera o almeno non subito perché si attaccano!
Usate un foglio o più fogli sovrapposti per ricoprire il piatto da portata su cui andranno serviti i vari intingoli. Gli altri si possono servire ripiegati a tovagliolo o arrotolati, ogni commensale dovrà staccarne pezzi,  e utilizzarli per prendere il cibo dal piattorigorosamente con la destra altrimenti siamo maleducati!

mercoledì 23 gennaio 2013

Pandoro a lievitazione naturale




Mi rendo conto con sollievo, leggendo qua e là, che considerare le feste in famiglia come una specie di croce e delizia è esperienza comune a molti. Meno male perché mi sento sempre un'aliena, nel senso che se da un lato è un piacere ritrovarsi tutti insieme, dall'altro le cose diventano sempre complicatissime, molto di più che nei giorni normali, specialmente a tavola. Intanto perché è sempre il trionfo della carne, e se uno non l'apprezza, anche superata la fase del "ma allora mangi erba?" non si scappa, impossibile anche l'idea di fare provare la cucina vegetariana giusto per scoprire che non si tratta solo di tofu e lattughe. Poi perché mettere d'accordo tutti quanti è un'impresa, specialmente perché una spe
cie di regola non scritta dalle mie parti o ex-parti è l'eterna ripetizione dell'uguale, oppure è uno sport almeno regionale quello di una certa diffidenza nei riguardi dei sapori nuovi. Io spero proprio che qualcuno mi smentisca, ma questa cosa l'ho sperimentata da parte di gente di tutte le età e di tutti gli ambienti, dal conoscente che in pizzeria prendeva sempre pizza col tonno e in vacanza intendeva che si cucinasse pasta col tonno per giorni e giorni, ai ragazzini in viaggio d'istruzione con la faccia schifata: 
- prof... ha visto che schifo?
- che schifo cosa? (ché uno si allarma, oddìo una mosca nella minestra?)
- no... nella torta... c'erano cose... cose strane!
Era la pastiera napoletana. Le cose strane erano grano e canditi.
Insomma, alla fine della fiera, il risultato è che la fatica per organizzare i pasti è notevole, e poi l'unico che non riesce a togliersi uno sfizio è proprio quello che organizza. A me quest'anno è finita così, che volevo il pandoro, stavolta marca Frankenstein, invece ho fatto il panettone, con l'idea - ok, al ritorno a casa si pandoreggia; e poi sorpresa, il marito si era già stufato con quello commerciale, o almeno così diceva. 
Buon per i miei colleghi: l'ho portato a loro. Al coniuge un pezzetto... peggio per lui! Tutto questo per confermare che il pandoro con il lievito madre, senza nulla togliere a quello "normale" che faccio con la ricetta delle sorelle Simili (qui), è una roba davvero di lusso. La ricetta è come base quella di Papum da Cookaround, che non ho capito se sia un lui o una lei - comunque l@ ringrazio - più qualche piccolo accorgimento da parte mia in seguito a qualche ragionamento tecnico (per esempio, il cioccolato bianco nell'impasto serve, per via del burro di cacao).
Partiamo come sempre dai rinfreschi della pasta madre, compresa la legatura, ve li descrivo già nel post sul panettone e quindi a quello vi rimando. Il lavoro va programmato su due giorni iniziando anche alla sera, tanto se il primo impasto non triplica non c'è nulla da fare, bisogna attendere.
Questa ricetta va bene per il pandorone da un chilo o per un pandoro da 700 grammi e uno più piccino.
Primo impasto:
  • 350 g. di farina Manitoba;
  • 2 tuorli M;
  • 4 uova M;
  • 50 g. di burro a temperatura ambiente;
  • 20 g. di cioccolato bianco fuso;
  • 140 g. di zucchero;
  • 175 g. di pasta madre dopo tutti i rinfreschi;
  • 6 g. di sale;
  • un cucchiaino di miele;
  • 50 g. di acqua.
Impastatrice a velocità 2, col gancio: pasta madre+tuorli+ uova leggermente sbattute. Lasciamo amalgamare e poi aggiungiamo farina e zucchero, e vai per 15 minuti a velocità 2 e 3 minuti a velocità 3. Vedrete che bella l'incordatura. Poi si aggiunge il burro poco per volta, il cioccolato bianco, il sale, il miele e in ultimo l'acqua. Incordare ancora e poi lasciare in ciotola, coperto, a 28 gradi finché il volume non triplica, e guai a toccarlo prima.
Poi prepariamo il materiale per la sfogliatura, e cioè:
  • 200 g. di burro a temperatura ambiente,
  • semi di una bacca di vaniglia,
  • 15 g. di miele,
  • 3 quadratini di cioccolato bianco fuso,
da impastare insieme, spalmare su pellicola e mettere in frigo fino a nuovo ordine (con altro foglio di pellicola a coprire).

L'indomani secondo impasto:
  • 40 g. di lievito madre;
  • 20 g. di acqua;
da aggiungere all'impasto precedente che vi farà prendere un bello spavento, sembrerà spappolarsi tutto e ci vorrà un po' per fargli recuperare l'incordatura, ma vi assicuro che lo farà, aumentate la velocità a 3-4 e dopo una decina di minuti ritornerà perfetto. Lasciate la pasta da parte per un quarto d'ora, e intanto tirate fuori dal frigo l'impasto per la sfogliatura, che dovrà avere la stessa consistenza. Stendete la pasta e posateci sopra il "foglio" di burro, ovviamente senza il cellophane. Date tre giri a 3 senza pause, pirlate (non "sono tutte pirlate", ma pirlate voi l'impasto, cioè fatelo a palla come vi dico nel solito post sul panettone), mettetela con la parte bombata verso l'alto nello stampo imburrato (col burro freddo; attenzione a non lasciare bolle d'aria o si farà un buco nel dolce) e lasciate lievitare per 7 ore (almeno, qui nell'estremo Nord anche 9). Quando il pandoro avrà raggiunto il bordo, si inforna, a 160 gradi per 30 minuti e a 150 per altri 30.  Il resto è noto... zucchero a velo, etc., come mostra la foto dove le mani sono le mie, e riposo di almeno 12 ore in sacchetto. La fatica è ripagata perché non c'è partita con i pandori commerciali.

Mohn-Striezel o Mohn-Potize o comunque Stollen al papavero!

La variante dello Stollen con ripieno di papavero è un'altra diffusissima specialità natalizia e si chiama Mohn-Striezel oppure, in Austria, Mohn-Potize. Hans-Peter Fink dell'Hotel Sacher ci informa - giacché questo mio viene dal suo ricettario - che era una specialità slovena e che il nome viene da potit, cioè schizzare fuori perché il ripieno, almeno in teoria, "scappa".
Se sia vero non lo so, vera è solo una cosa, che lo dovete arrotolare meglio di come ho fatto io perché lievitando... ha minacciato di srotolarsi. Il papavero ha un sapore che al gusto italiano può sembrare curioso, però il risultato è davvero buono. 
A seguire la ricetta di Fink, col lievito di birra, e la mia, col lievito madre. 
  • 500 g. di farina 00;
  • 20 g. di lievito di birra;
  • 250 ml. di latte;
  • 60 g. di zucchero;
  • 80 g. di burro;
  • 2 tuorli;
  • 1 uovo intero;
  • un pizzico di sale.
Per la lievitazione naturale (come vedete, funziona benissimo):
  • 420 g. di farina 00;
  • 125 g. di lievito madre ben attivo;
  • 200 ml. di latte;
  • 60 g. di zucchero;
  • 80 g. di burro;
  • 2 tuorli;
  • 1 uovo;
  • un pizzico di sale.
 Anche in questo caso il risultato è bello grosso, e io uso dimezzare, utilizzando in questo caso solo un uovo grande intero; se l'impasto necessita di maggiore umidità, un paio di cucchiai di latte fanno il loro lavoro egregiamente. Ne risulta un dolce per stampo da plum-cake da 23 cm., quindi rispettabilissimo. 
Dopo l'impasto degli ingredienti, la pasta deve riposare, 30 minuti se usate il lievito di birra e un'ora, anche due a seconda della temperatura per il lievito madre. Poi la stendiamo in una sfoglia sottile e vi spalmiamo il ripieno. Si tratta di una crema a base di papavero e latte, e dobbiamo dotarci di:
  • 2 cucchiai di miele;
  • 150 g. di semi di papavero;
  • 2 cucchiai di marmellata di albicocche;
  • buccia grattugiata di un limone;
  • 140 ml. di latte;
  • 1 cucchiaio di zucchero con vaniglia;
  • un pizzico di sale.
Qui è facile trovare il Dampf-Mohn cioè il papavero già macinato, che serve per le creme. Se non è a disposizione, non è difficile autoprodurlo, basta tostare leggermente i semini in padella antiaderente e passarli al mixer. Poi si procede come per un budino, riscaldando latte e miele, aggiungendo il papavero e completando con tutti gli aromi. Ovviamente sincronizziamo le operazioni in modo che la crema sia almeno tiepida al momento di farcire il dolce. Spalmiamo la sfoglia e poi arrotoliamo le due estremità verso il centro, tipo foglio di papiro, mi verrebbe da dire. Quest'oggetto che ne risulta poi dovrà lievitare, stavolta in uno stampo rettangolare stretto (quello da plum-cake è l'ideale, però mi è capitato di vedere al mercatino natalizio anche Mohn-Potizen più "basse", mi sa che sono varianti regionali). Al raddoppio del volume (30 minuti con il lievito di birra, altrimenti non c'è che aspettare) informare per 40 minuti a 165 gradi. Questo tipo di Stollen si serve, come gli altri, ben rivestito di zucchero a velo, però ha l'inconveniente di non poter conservarsi troppo a lungo. Dato che ha un ripieno umido, resiste al massimo una settimana.


martedì 22 gennaio 2013

Quarkstollen - ovvero lo Stollen per chi ha fretta



Intanto buon 2013 a tutti quelli che mi seguono... nella speranza che mi seguano ancora. Perché non sono scappata alle Bahamas (e magari); sono, come si dice da queste parti, in Stubenarrest, cioè in esilio più o meno forzato in casa, per concludere un certo lavoro che mi fa compagnia ormai da qualche anno, e di cui bisogna proprio dire che... non se ne può più. Scrivere in tedesco accademico è divertente, se non ci sono rischi; se ne dipendono molte e vitali questioni, leggasi sopravvivenza e "innesto" in un nuovo contesto lavorativo, diventa una tortura da fare invidia a Christian Grey, quello delle cinquanta sfumature. Provate e troverete la cinquantunesima.
Stanchezza a parte e voglia di lanciare libri, quaderni e vocabolari contro il muro, per poi andare ad allevare capre, ho una lista di roba da pubblicare lunga così, e ci vado di mezzo anche io perché questo blog è né più né meno che il mio libro delle ricette, e da quando l'ho aperto, quelle su carta sono più disordinate che mai, se ne ho di nuove le perdo e, insomma... per adesso è poco se non perdo pure la testa, da qualche parte.
Sempre per il motivo di cui sopra, quest'anno niente o quasi shopping natalizio. I familiari propri ed acquisiti sono stati ricoperti di regali mangerecci, che hanno il pregio di poter essere autoprodotti e possibilmente nelle ore notturne, così non c'erano sensi di colpa. Un quantitativo non trascurabile di tedescherie natalizie marca Antonella è sbarcato in Italia e tra queste c'era come sempre lo Stollen, questa volta in un'altra versione, una delle tante che ne esistono. Quella classica ve l'ho presentata qualche anno fa, stavolta ho preparato quella al Quark, che non è poi molto diversa per sapore e aspetto però ha una caratteristica vantaggiosa: nell'impasto si usa il lievito per dolci e non quello di birra, e i tempi si abbreviano. Il Quark ha per conseguenza anche un quantitativo minore di burro nell'impasto, il che non vuol dire che ne risulti uno Stollen leggero... diciamo che "Stollen "e "leggero" sono due parole che non vanno d'accordo. A proposito: dove trovare il Quark? Al supermercato bio, reparto latticini, o forse al Lidl.
La ricetta viene dal Backbuch di Meine Familie und Ich, ricettario casalingo chiaro e conciso. Ci sono un paio di cosette da considerare, cioè: uno, con questa dose viene fuori un mostro che potrà sfamare tutto il vicinato, volendo dividetea metà o fatene due più piccoli; due, lo Stollen, in questa come nelle altre versioni, non è un dolce da mangiarsi subito, ha bisogno di un lungo tempo di riposo come molti dolci natalizi tedeschi; dolce di riposto, si diceva in Sicilia; e quindi vi tornerà utile se volete togliervi, con largo anticipo, il pensiero del dolce da offrire a Natale.
  • 50 g. di strutto;
  • 100 g. di burro;
  • 500 g. di farina;
  • 1 bustina di lievito per dolci;
  • 1/2 cucchiaino ciascuno di: cannella macinata e cardamomo macinato
  • un pizzico di noce moscata macinata  
  • 2 uova M;
  • 250 g. di quark magro (e meno male che è magro almeno lui, strutto e burro già ci sono);
  • 1 bustina di zucchero con vaniglia;
  • 150 g. di zucchero;
  • buccia grattugiata di mezzo limone;
  • 4 gocce di essenza di mandorla amara;
  • 3 cucchiai di rhum;
  • 200 g. di uvetta di Corinto;
  •  150 g. di cedro candito a cubetti;
  • 100 g. di mandorle a filetti.
Per il ripieno:
  • 100 g. di marzapane;
  • 1 cucchiaio di Kirsch;
  • (50 g. di ciliegie candite e 30 g. di pistacchi che io non metto perché le ciliegie candite non mi piacciono e i pistacchi qua costano come gli smeraldi).
E adesso procediamo. Operazione uno, sciogliere burro e strutto insieme e lasciare raffreddare, qua si dice auf Handwärme, cioè fino alla temperatura delle vostre mani, insomma: appena tiepidi. Mischiare farina e lievito con le spezie. Veramente per noce moscata s'intende il Macis che sarebbe, mi dicono, il fiore della noce moscata, ha un profumo molto simile e se non lo trovate, va bene anche quella tradizionale, basta non ometterla del tutto perché quell'aroma è caratteristico dello Stollen. 
Poi lavorare a crema uova, Quark, zucchero con vanigila, zucchero, la buccia del limone, l'essenza di mandorla e il liquore. Versare sulla farina insieme con i grassi e lavorare una specie di frolla, che sarà abbastanza morbida. 
Riscaldare in una padella l'uvetta, le mandorle a filetti e i canditi. Spolverare di farina e unire alla pasta. Stenderla in un rotolo di 30 cm. premerla al centro con il lato della mano e inserire il ripieno, cioè il marzapane impastato con il Kirsch e, se li usate, con le ciliegine e i pistacchi entrambi tritati fini. Formare una specie di salsiccia e deporla sul rotolo di pasta, nell'incavo; richiudere in modo che il marzapane venga a trovarsi al centro e posare lo Stollen sulla teglia rivestita di carta forno. Circondarlo con della stagnola ripiegata a fare una striscia e fissare le estremità in modo da racchiudere il dolce. Cuocere in forno preriscaldato a 175 gradi per circa un'ora e un quarto nella parte più bassa.
Quando il dolce è cotto, spennellarlo con burro fuso (circa 50 grammi). Man mano che si raffredda spargervi sopra uno strato generosissimo di zucchero a velo. Avvolgere lo Stollen prima in stagnola e poi in un sacchetto per alimenti e lasciarlo per conto suo per 2-3 settimane in un posto fresco della casa, ma non in frigo. Si conserva per 2-3 mesi!!!

Waffles "a lunga conservazione" (pirata)

Che cosa non si fa per... ... la gola. La gargia , diceva mia nonna. Nel mio caso, si fa l'impossibile: imparare a fare d...