giovedì 25 febbraio 2010

Torta alla mandorla

Cena con i colleghi: quale migliore occasione per far conoscere un po' in giro la pasticceria siciliana! Però occorreva una soluzione di compromesso: durante la settimana, non posso distrarmi dietro a progetti particolarmente complessi che portino via troppo tempo ed energie! La risposta ottimale la offre la torta di mandorle che fa bella mostra di sé in tutti i bar di Palermo e forse non solo: quella torta che, da ragazzina, mi faceva profonda antipatia perché non conteneva cioccolato, e adesso invece dopo la conversione al marzapane (che non implica comunque il rinnegamento del cioccolato!) trovo buonissima. I vantaggi? Si può preparare in diversi tempi; sporca poco; si conserva bene fuori dal frigo; e si può, anzi si deve, preparare con un buon anticipo perché il riposo giova al sapore. Si tratta di un dolce di pan di Spagna (in alcune versioni c'è anche un sottile strato di frolla come base) farcito di marmellata di albicocche e ricoperto con una crema alle mandorle, a metà tra il marzapane e la crème Frangipane.
C'è chi la chiama torta delizia e in rete ho visto che ne circolano varie versioni. Questa è la mia!

Pan di Spagna: il dolce non è, nella versione originale, particolarmente alto; calcolate cinque centimetri massimo. Per uno stampo quadrato di 22 cm. di lato uso la ricetta di So backt Südtirol:
  • 4 uova L, separate;
  • 150 g. di zucchero;
  • 1 bustina di zucchero e vaniglia Bourbon (al supermercato biologico);
  • zeste di limone grattugiato;
  • 125 g. di farina 00 (#405);
  • 25 g. di amido di grano;
  • un pizzico di sale;
  • un cucchiaino di lievito per dolci.
Il lievito veramente è facoltativo; ma, sapete com'è, il pan di Spagna è traditore, e il mio forno mi fa normalmente un buon servizio ma non riesco a fidarmene al cento per cento perché, poveraccio, deve avere i suoi anni. Alla scuola di pensiero che vuole il pan di Spagna preparato sbattendo le uova intere non riesco proprio ad aderire: ci ho provato una sola volta, col risultato deprimente di una specie di frittata. Credo che, con la strumentazione che si ha in casa (niente planetaria e roba del genere), non sia il caso! Allora, procediamo sbattendo tuorli, zucchero e aromi con quattro cucchiai di acqua bollente per almeno dieci minuti alla massima velocità, fino a che non otteniamo la solita pâte à bombe ben densa, che "scrive" se la si lascia cadere da un cucchiaio. Aggiungiamo una parte della farina mescolata all'amido e, se lo usiamo, al lievito. Montiamo gli albumi a neve ferma ma non troppo (altrimenti diventerebbe difficile amalgamarli alla massa di tuorli) e ne incorporiamo prima una piccola quantità per alleggerire, seguita dal resto della farina; poi terminiamo con il resto degli albumi e versiamo l'impasto, rapidamente perché non perda aria, nello stampo dal fondo imburrato e infarinato e lasciamo cuocere a 170º per quaranta minuti circa, nel forno preriscaldato. Tiriamo fuori, controlliamo con lo stecchino, e ne riparliamo molte ore dopo... meglio ancora, l'indomani!

L'indomani tagliamo il pan di Spagna in due metà e le inzuppiamo coscienziosamente di una bagna preparata con:
  • 25o ml. di acqua;
  • 100 g. di zucchero;
  • una tazzina da caffé di Amaretto di Saronno;
  • una tazzina da caffé di Marsala.
Spalmiamo la base con
  • 230 g. di marmellata di albicocche (possibilmente senza pezzi)
e richiudiamo. Adesso è il momento della crema di mandorla, per la quale dovremo impastare insieme
  • 300 g. di farina di mandorle;
  • 15 mandorle amare finemente macinate o una fialetta di aroma mandorla;
  • 250 g. di zucchero a velo;
  • zeste grattugiato di un'arancia bio;
  • 2 uova L,
fino ad ottenere un marzapane piuttosto morbido. Questo composto va fatto scendere da una bocchetta per realizzare una decorazione, normalmente a canestro, sull'intera superficie del dolce, bordi compresi. Io, stavolta, ho tirato fuori una decorazione postmoderna...
Compiuta la missione-decorazione, lasciamo la torta lì dove sta e ce ne andiamo a goderci il sonno del giusto. Infatti sono necessarie una decina di ore di riposo.
L'indomani mattina, passiamo la torta in forno caldo a 200º per 5-8 minuti, finché non si scuriscono i bordi. Per completare, la lucidiamo con gelatina di albicocche. A questo punto, in teoria, la torta di mandorle è pronta per andare in tavola, ma potrà solo guadagnare da un giorno in più di riposo, che consente ai sapori di amalgamarsi meglio. Vedremo che ne penseranno i teutonici colleghi!

Aggiornamento: hanno apprezzato, hanno apprezzato...

Le ciambelline al miele di zia Elisabetta


Conoscete la storia del Carnevale del Pastorello? Se non la conoscete, ve la racconto io. Dunque c'era una volta, nella Sicilia di tanti e tanti anni fa, un pastorello che stava in campagna tutta la settimana a guardari pécuri: a custodire il gregge, al soldo di un padrone poco sensibile all'approssimarsi del Carnevale. Tanto poco interessava al padrone la baldoria e le frittelle, che proprio il Martedì Grasso non permise al ragazzino di scendere in paese per festeggiare.
Il pastorello arrivò quindi a festa finita: il Mercoledì delle Ceneri. Ed era l'epoca in cui i tempi "liturgici" scandivano la vita della gente... quindi, a regola, niente dolci. Il pastorello però, sentendosi giustamente defraudato, se ne uscì chiedendo una proroga a lu Signuruzzu: gli concedesse un giorno in più per festeggiare.
Fu accontentato, e da quella volta il Mercoledì si chiama, in certe parti della Sicilia, lu Carnilivari di lu Picurareddu: cioè, appunto, del Pastorello.
Questa è la storia come l'hanno raccontata a me, e il Carnevale del Pastorello io l'ho festeggiato domenica: essendo il martedì giorno lavorativo in generale, e sano e costumato a tavola, con la parola grasso assolutamente tabù. Per l'occasione ho preparato le ciambelline della zia Elisabetta, che di dolci se ne intende... Le desideravo da tempo ma per un motivo o per l'altro non ero riuscita a fare: sono frittelline di pasta da bigné con miele, note a Caltabellotta - dove appunto vive mia zia - anche come cuddureddi 'm prescia, cioè ciambelline da fare in fretta, rapide. Rapide relativamente, perché almeno un'ora ci vuole a prepararle.
Queste sono le dosi raccomandate dalla zia:
  • 400 ml. d'acqua;
  • 1 cucchiaio di zucchero;
  • 300 g. di farina 00 (#405);
  • 30 g. di strutto o burro;
  • buccia grattugiata di un limone;
  • una bustina di vanillina;
  • 3 uova XL o L.
Come per i bigné, si parte dal far bollire acqua e strutto, per poi aggiungervi la farina e lo zucchero "a botta", tutta insieme, mescolando fino a ottenere un impasto che si stacca dalle pareti. L'impasto sarà in ogni caso più consistente di quello dei bigné. Una volta raffreddato, vi si uniscono le uova una per volta, senza aggiungere l'uovo successivo se il precedente non si è amalgamato bene, insieme con gli aromi; ed è fatta.
Adesso, a scelta, si possono prelevare con le mani leggermente unte piccole porzioni di impasto da modellare a bastoncino e poi a ciambellina, oppure si può fare scendere il composto, che sarà comunque "denso", da una tasca da pasticceria, disponendo i vari pezzi su un foglio di carta forno. Si prepara l'olio per la frittura e si cuociono le ciambelline, tenendo conto che la temperatura dev'essere ovviamente alta, ma non eccessiva, per consentire ai dolcetti di cuocersi bene all'interno e gonfiarsi (altrimenti vedrete che si scuriscono troppo presto e la crosta impedisce la cottura). Al termine si irrorano con miele fuso e cannella, e si cospargono di zucchero a velo e diavoletti.
Funzionano come le patatine: una volta iniziato con la prima ciambellina è difficile fermarsi.
Altre ricette della zia Elisabetta? Le trovate qui e qui!

sabato 20 febbraio 2010

Algerini


I biscotti detti algerini saranno immediatamente riconosciuti dai lettori palermitani, perché sono diffusissimi nei panifici della mia Heimatstadt. Al pari degli Amerikaner, non si capisce che cosa abbiano a che fare con l'Algeria: non mi pare che rientrino molto nello stile maghrebino. Dev'essere qualcosa che ha a che fare con il passato coloniale, anche se sarebbe più logico che si chiamassero libici o eritrei! In ogni caso sono buoni buoni, con l'unica pecca che per la frolla va assolutamente usata quella cosa... lo strutto. Se vi fa impressione, ma volete assolutamente il sapore palermitano, fatevela passare... come faccio io!
  • 250 g. di farina 00 (#405);
  • 90 g. di strutto;
  • 90 g. di zucchero;
  • 1 uovo L;
  • 1 g. di ammoniaca per dolci (sarebbe più o meno mezzo cucchiaino da caffé);
  • un bicchierino di marsala;
  • due bustine di vanillina.
Intanto si intride bene la farina mista allo zucchero, alla vanillina e all'ammoniaca con lo strutto; poi, fatta la fontana, si impasta una frolla con l'uovo, bagnando piano piano con il marsala. All'inizio sarà dura, ma dopo un po' l'impasto diventerà più maneggevole e si lascerà stendere in una sfoglia spessa circa quattro millimetri, da cui ricavare i biscotti. La forma originale è come quella che vedete in foto, solo leggermente più grande (all'incirca come il diametro d'un bicchiere); a me manca lo stampino di quelle dimensioni, e allora li ho sempre preparati in formato mini.
I biscotti vanno cotti in forno caldo a 170º per una decina di minuti, finché non sono leggermente dorati. Ancora tiepidi, dovremo cospargerli di abbondante zucchero a velo.

Biscotti alla nocciola

Quando la biscottiera "piange", bisogna correrle in soccorso. Quella di casa mia, ieri, aveva appunto questo problema... Guardando un po' cosa c'era a disposizione, ho trovato le nocciole e pensato di utilizzarle per questi frollini che non preparavo da molto tempo, e che, non fosse che la pasta ha bisogno di un riposo al fresco piuttosto lungo per poter essere lavorata, sono semplici e piuttosto sbrigativi. Ecco cosa serve:
  • 220 g. di farina 00 (#405); 250 se usate uova grandi;
  • 100 g. di nocciole macinate;
  • 20 g. di cioccolato fondente grattugiato;
  • 100 g. di zucchero;
  • 100 g. di burro;
  • 2 uova M;
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci.
Il procedimento consiste semplicemente nel miscelare gli ingredienti asciutti e poi impastare, a fontana, una frolla con burro e uova intere. L'impasto sarà piuttosto molle e avrà bisogno di essere porzionato, con le mani unte o infarinate, in bastoni di circa quattro centimetri di diametro, da fare poi rotolare in granella di nocciole o zucchero a grani grossi. Avvolti in pellicola a mo' di salsiccia, i rotoli dovranno riposare in freezer per un paio d'ore: poi sarà possibile tagliarli a fette sottili e cuocerli in forno caldo a 170º fino a doratura.

giovedì 18 febbraio 2010

Il Moro in Camicia

Questa dovevo proprio tradurla... è troppo divertente, in italiano. Si tratta di un dolce austriaco molto noto, che abbiamo gustato la scorsa primavera, a Vienna, trovandolo buonissimo e andando apposta a prenderlo dopo cena nel posto dove l'avevamo conosciuto. Per questo ho pensato di prepararlo come sorpresa sanvalentinesca per il coniuge, visto che avevo la ricetta sottomano, che dà un risultato abbastanza simile all'originale viennese.
Il nome di Mohr im Hemd, cioè, per l'appunto, Moro in Camicia, viene evidentemente dal "collettino" di panna con cui si accompagna questo "budinetto" di nocciole e cioccolato cotto a bagnomaria. Io l'ho conosciuto proprio con questo nome, ma pare che ultimamente, in tempi di politically correct, l'idea del moro faccia troppo razzista, e che si preferiscano designazioni "neutre" tipo Schokohupf, Schokotörtchen e simili. Spero che non s'impongano, Mohr in Hemd mi fa troppo ridere!
La mia ricetta viene da So backt Südtirol e rappresenta la versione che prevede l'aggiunta di briciole (pangrattato o biscotti) all'impasto, ma non l'uso del burro. Ne conosco altre che invece prevedono il burro ma non le briciole, ma non le ho mai provate. Alla prossima, magari cambio e vi segnalerò la differenza.
Per quattro porzioni:
  • 50 g. di nocciole leggermente tostate e macinate;
  • 40 g. di cioccolato fondente;
  • 3 uova L, separate;
  • 3 cucchiai di rhum;
  • 40 g. di zucchero a velo;
  • un pizzico di sale;
  • 40 g. di zucchero;
  • 80 g. di pangrattato o biscotti secchi ridotti in briciole;
  • 2 cucchiai di latte.
Preriscaldate il forno a 170º e ungete di burro fuso quattro formine. Spolverate di zucchero e mettete al fresco.
Sciogliete a bagnomaria o al microonde il cioccolato a pezzetti e poi montate a crema i tuorli delle uova con il liquore e lo zucchero a velo. Quando il composto sarà ben spumoso, unite il cioccolato fuso ed intiepidito; poi cominciate a montare gli albumi con il sale, aggiungendo "a metà dell'opera" anche lo zucchero e completando fino a montarli a neve. Unitene con cautela un terzo al composto al cioccolato, poi aggiungete il pangrattato insieme con le nocciole, il latte e - sempre con cautela! - il resto degli albumi montati. A questo punto riempite le formine per tre quarti e ponetele in una teglia a bordi alti, piena fino a metà d'acqua calda. Lasciate cuocere per venti minuti e servite tiepidi o caldi, con panna montata e salsa di cioccolato.

Amerikaner


Ma guarda un po' se al mondo può esserci gente così scema da lasciar gocciolare del té cinese sulla tastiera del computer senza rendersene conto... Ebbene, c'è: e sta scrivendo in questo momento. Alla tastiera non importava nulla, evidentemente, delle proprietà della mia bevanda macrobiotica: è impazzita e poi si è arresa del tutto. Da buttare! E computer inutilizzabile per qualche giorno. Adesso sto lottando con una tastiera provvisoria per ricordarmi dove sono finiti gli accenti che servono per le parole italiane e darvi la ricetta per preparare gli Amerikaner, che, a differenza della tastiera stessa e a dispetto del nome, americani non sono. Almeno che io sappia. Sono, invece, tra i dolcetti preferiti in Germania, una roba squisita a metà tra il biscotto e la torta. All'inizio li chiamavo i savoiardoni, anche se con i savoiardi non c'entrano nulla.
Qualche mese fa vi ho fornito la ricetta degli Amerikaner alla nocciola. Oggi invece si tratta della versione originale, semplice, con l'unico vezzo della glassa di zucchero. Bisogna anche dire che se li cercate in rete, circola una ricetta che ho trovato in un libro tedesco e provato tre volte prima di capire che, per dirla alla palermitana, non era cosa: non riesce, punto e basta, qualcosa non va e non voglio nemmeno sapere cosa, specie da quando ho trovato questa, collaudatissima, che vi consiglio davvero.
Verranno fuori una quindicina di pezzi, tenuto conto che la versione corrente dell'Amerikaner è grande quanto un piattino da caffé. Ma volendo si possono fare più piccoli - infatti, tra quelli che ho preparato la settimana scorsa, erano "normali" solo quelli per la foto, gli altri erano mignon!
  • 200 g. di farina 00 (#405);
  • 50 g. di amido;
  • 100 g. di burro o margarina;
  • 100 g. di zucchero;
  • un pizzico di sale;
  • 2 uova L;
  • 2 bustine di vanillina;
  • 3 cucchiai di panna (in mancanza, anche latte);
  • 2 cucchiaini di lievito per dolci;
  • buccia grattugiata e succo di un limone bio.
Setacciate la farina con l'amido e il lievito. Sbattete le uova intere con lo zucchero, il sale, la margarina, il sale, la vaniglia e il zeste di limone, e poi aggiungete gli ingredienti asciutti e la panna. Con un cucchiaio prelevate porzioni dell'impasto e formate dei mucchietti sulla teglia rivestita di carta-forno, badando a distanziarli perché si allargheranno molto durante la cottura. Cuocete in forno preriscaldato a 180º per circa venti minuti, considerando comunque che non devono colorirsi molto. Una volta pronti, spennellateli con glassa preparata con zucchero a velo e succo di limone. Quanti siete in casa? attenzione che non durano...

domenica 7 febbraio 2010

Napfkuchen allo zabaione

Vi piace il liquore allo zabaione? A me sì, tanto, e sembra strano a tutti: agli italiani che mi conoscono di persona, perché sanno che non amo il sentore d'uovo, ai tedeschi, perché pare che l'Eierlikör sia nell'immaginario collettivo un po' come per noi il rosolio: un liquorino che offrono le vecchie zie. Il che non toglie che sia un classico e che sia molto apprezzato.
E che posso farci se non mi piace la birra, che sarà pure più giovanile ma è amara?
L'Eierlikör-Napfkuchen è uno dei dolci casalinghi più amati. Un ciambellone, insomma: Napf vuol dire qualcosa come "ciotola", "scodella", e si riferisce alla forma del dolce. Quello della foto è piccolino, e lo preparo con metà dose, così lo finiamo presto e non stiamo tutta la settimana lì a zuccherarci il sangue... ragione assolutamente egoistica, lo ammetto: mio marito è uno di quelli che, si nutrissero solo di quello, restano sempre atletici. Beato lui.
  • 5 uova M (2 uova L per la mezza dose);
  • 250 g. di zucchero fine;
  • 1 bustina di zucchero vanigliato;
  • 250 ml. di olio di semi;
  • 200 ml. di liquore allo zabaione;
  • 125 g. di farina 00 (#405);
  • 125 g. di amido per dolci (di grano);
  • 1 bustina di cremor tartaro;
  • zucchero a velo o cacao in polvere per spolverare.
Sbattete a schiuma le uova intere con lo zucchero e lo zucchero vanigliato. Aggiungete la farina setacciata con l'amido e il cremor tartaro, alternandola con l'olio a filo e il liquore allo zabaione. Questo è il momento in cui il dubbio vi attanaglierà: ma sicuro che la ricetta sia "giusta"? Come farà un impasto così fluido a lievitare?
E invece, quando lo avrete versato nello stampo imburrato e infarinato e poso in forno a 180º, l'impasto vi sorprenderà sollevandosi sempre di più e trasformandosi dopo 50 minuti circa (se necessario prolungate la cottura fino a un'ora) in un bel dolce che potrete spolverare con cacao o zucchero, dopo averlo possibilmente spennellato ancora con un po' di liquore (questo però per una nemica della puzzaduovo era davvero troppo, e io non l'ho fatto...).

Mürbeteigeckchen

È la Mürbeteigecke, letteralmente "angolo di frolla", un dolce da colazione semplice, "da panificio", per dirla con mio marito, amatissimo in Germania. Poiché è tra i suoi preferiti, ho pensato di fargliene trovare al ritorno da un suo viaggio: soltanto, in versione mini. Infatti quello originale è gigantesco, diciamo delle dimensioni di un tovagliolo di carta piegato in due, e non era il caso di proporlo per dessert!
Come base vi serve una pasta frolla del tipo Ein-Zwei-Vier:
  • 100 g. di zucchero a velo,
  • 200 g. di burro,
  • 400 g. di farina 00 (#405),
  • 2 uova L o 2 tuorli e 1 uovo;
  • un pizzico di sale.
In alternativa potete usare la frolla Ein-Zwei-Drei, che è più delicata ma più difficile da maneggiare:
  • 100 g. di zucchero a velo,
  • 200 g. di burro,
  • 300 g. di farina 00 (#405),
  • 1 uovo L ;
  • un pizzico di sale.
Vaniglia niente: almeno non ce la mettono al mio panificio preferito, per cui resto fedele al modello. Voi però, padronissimi.
Dunque, impastiamo rapidamente una bella boccia di frolla a partire dalla farina a fontana, con il burro, lo zucchero, il sale e l'uovo al centro, e la mettiamo in frigo per un'ora a "infrollarsi" meglio. Poi la stendiamo su un piano ben infarinato a tre-quattro millimetri, anche più se volete fare le Mürbeteigecken grandi, e ritagliamo quadrati di 7-8 centimetri di lato. Il piacere di queste paste è anche qui: che dovendo ricavare forme quadrate, farete in fretta e non dovrete avere troppo a che fare con i resti di pasta.
Su ogni quadrato, al centro, stendiamo un piccolo quantitativo di
  • marmellata di lamponi,
passata al setaccio per eliminare i semini. Ripieghiamo, cerchiamo di non lasciare aria all'interno del quadrato e pressiamo bene i margini. E poi in forno, a 180º per dieci minuti, finché base e bordi sono coloriti e la parte superiore leggermente dorata, ma leggermente. Per finire spennellate le paste una volta fredde con cioccolato fondente fuso, alla base e possibilmente anche ai bordi, lasciandole asciugare su carta forno. Per staccarle senza difficoltà basterà metterle per qualche minuto in frigo anche se già asciutte.
Se poi vi fosse capitato di "perdere per strada" un piccolo quantitativo di marmellata venuta fuori in cottura, pazienza... ho visto che succede anche al panificio e non mi sono mai creata troppi problemi!

Le fette biscottate

Ragazzi degli anni Ottanta: ve li ricordate i tempi in cui la parola merenda significava: fette biscottate con la Nutella? Io sì, anche perché, nell'epoca beata in cui non correvo dietro all'apporto nutrizionale di un acino d'uva, ero capace di farne fuori un mezzo pacco.
Recentemente ho scoperto che le fette della marca più nota sulle tavole degli italiani non mi piacciono più: col passare del tempo e dopo che ne sono state elaborate tante varianti, mi sembra che diventino sempre più sottili e inconsistenti. Infatti erano ottime quelle ai cereali, con i semi interi, che adesso però fortunato chi ne trova uno, e quelle integrali che di integrale secondo me hanno poco, visto che adesso si distinguono a stento dalla versione originale di farina bianca.
Allora sono passata alle fette integrali di una marca "triste" che produce roba dietetica, ma anch'essa molto diffusa. Appunto: tristi. Sapevano di pollaio.
In Germania, nell'ambito delle fette biscottate vanno forte le Brandt, solo che a leggere gli ingredienti mi è caduto il coraggio, da quanti oli vari e zucchero contenevano. Avevo trovato un po' di pace con le marche del supermercato biologico, fino all'incontro magico - in Italia - con le fette alle nocciole e malto del Baule Volante.
Ebbene, il supermercato sotto casa ha praticamente tutti i prodotti bio che si trovano in Italia, anzi la maggior parte sono prodotti proprio lì, e che cosa manca?
Le fette del Baule Volante.
A questo punto metto in pratica l'antica tecnica cinese: osserva, studia, copia. E ho copiato. Ora, di solito non inserisco mai ricette al primo tentativo, a meno di non essere molto contenta del risultato, e posso dirvi con estrema soddisfazione che questo è il caso! Sono partita dalla descrizione che una lettrice di Chefkoch.de ha fornito della ricetta con cui sua nonna preparava le Zwieback, confrontata con le informazioni che potevo ricavare dall'etichetta delle fette italiane, e adesso penso davvero di poter raccomandarle a tutti quelli che vogliono provare ad autoprodurre le fette biscottate e aggirare così un bel po' di grassi industriali e altre robine poco chiare. Ecco qui quanto vi serve per preparare l'equivalente di un pacco da trenta fette.
  • 500 g. di farina 0/Manitoba (#550);
  • 20 g. di lievito fresco;
  • 4 cucchiaini (ca 10 g.) di pasta acida essiccata;
  • 250 ml. di latte o acqua, tiepida;
  • un buon pizzico di sale;
  • 30 g. di fruttosio o zucchero;
  • 50 g. di burro o margarina;
  • 1 cucchiaio abbondante di malto;
  • mandorle, nocciole, uvetta (facoltativo).
Variante 1 (farro e farina integrale con nocciole; otterrete fette assai leggere e friabili): utilizzare
  • 300 g. di farina 0,
  • 160 g. di farina di farro,
  • 40 g. di farina di grano integrale,
  • 30 g. di burro + 20 g. di margarina (al posto dei 50 di burro);
  • un pugno di nocciole intere.
Variante 2 (fette integrali con uvetta): utilizzare
  • 250 g. di farina 0,
  • 250 g. di farina di grano integrale,
  • 30 g. di burro + 20 g. di margarina (al posto dei 50 di burro);
  • due cucchiai di uvetta passa reidratata in un po' di liquore.
Variante 3 (fette integrali rustiche): utilizzare
  • 250 g. di farina 0,
  • 250 g. di farina di grano integrale,
  • 3 cucchiaini di melassa (al posto del malto).
Si impasta con gli ingredienti una pasta non troppo molle, cominciando come sempre dallo sciogliere il lievito nel latte con il malto: lasciamo che si attivi per cinque minuti circa e poi versiamo il liquido sulla farina miscelata con il sale, lo zucchero e la pasta acida essiccata (ottima quella della BioVegan). Continuiamo ad impastare con il burro a pezzetti e poi mettiamo l'impasto a lievitare per un'ora e mezza circa.
Dopo di che, lo dividiamo in due, reimpastiamo brevemente (questo è il momento di aggiungere, se si vuole, mandorle, nocciole o uvetta), formiamo due filoni e li sistemiamo in due stampi da plum-cake unti ed infarinati. Altre due ore di lievitazione e quando il volume dei pani sarà più che raddoppiato, andranno in forno a 150º a cuocere lentamente fino a doratura.
È meglio preparare i pani di sera, perché tanto, a questo punto, non c'è più niente da fare: non possono essere affettati subito. Preparateli e andate a godervi un meritato riposo. L'indomani, tagliate le forme di pane a fette da un centimetro: operazione questa, come tutte quelle che seguiranno, ad alto potenziale briciolistico, e pertanto da effettuarsi con la massima circospezione e su un bel po' di tovaglioli, se come me siete fissati con l'odio per i residui. Mettete le fette su una griglia e via in forno a 150º per cinque minuti da un lato e cinque dall'altro. Poi spegnete il forno e lasciatele perdere per qualche ora.
Quando saranno fredde potrete conservarle in una scatola ermetica. Il barattolino del miele che vedete in foto non è solo decorativo: è un suggerimento, perché ci vanno a nozze!

Perduto e ritrovato: Mini-soufflés all'arancia e semolino!

Il coraggio, uno non se lo può dare. Specialmente quello di rimettersi a scrivere dopo mesi. Dieta, ridieta, arcidieta, - e fin qui si ...